The Prodigy

“È stato trovato morto nel suo appartamento Keith Flint, frontman del gruppo britannico The Prodigy…”

Questa è stata la notizia con cui la radio mi ha freddato nell’ora di pranzo, mentre lavoravo impassibile su un paio di occhiali appena arrivati in azienda.

Una coltellata secca tra le scapole, una folata di vento sulla fiamma della rivoluzione ormai flebile, che ha arso il mio spirito durante la gioventù.

Mi sono sentita subito più vecchia. Perché Keith Flint era per me l incarnazione della ribellione, perché i Prodigy sono stati il carburante della mia rivoluzione personale, la colonna sonora di tutta la mia adolescenza.

Ricordo la prima volta che ho sentito Invaders Must Die, nell’estate del 2009, in una videopromozione di un tour estivo di MTV. Ero rimasta colpita da quel ritmo incalzante da festaccia, ma non avendo i mezzi per indagare sul titolo e l’autore, mi limitavo ad aspettare la pubblicità e a godermi quei 20 secondi.

https://youtu.be/gTw2YvutJRA

Li ritrovai sull’mp3 di una mia compagna di scuola, durante una gita di fine ginnasio. Non cacciai le cuffie per tutta la durata del viaggio. Rimasi ammaliata da Thunder e la misi a ripetizione per ore intere, senza mai stancarmene. Sequestrai la pennetta e rientrata a casa mi feci masterizzare un cd con due album, Invaders Must Die e The Fat of the Land.

Da lì ha avuto inizio la mia ossessione.

Smack my bitch up per andare a scuola

Funky Shit per uscire

Breathe durante le avventure folli

Omen e Colours per ballare

Thunder per concentrarsi

Warriors Dance per allenarsi.

Ho fatto il septum dopo aver visto il video di Firestarter, ho messo i cerchi alle orecchie, le catene al collo e ai polsi, ombretto nero e pantaloni larghi. Ho girato così per anni.

Tutto per colpa sua.

https://youtu.be/wmin5WkOuPw

Sapere che se n’è andato mi lascia un vuoto ancora più grande, fa svanire i miei strascichi di anarchia adolescenziale.

Sbatto contro il muro della realtà, e per quanto mi faccia male realizzare che quella fiamma accesa da loro si sia spegnendo, sono grata che sia stata la miccia dell’incendio anticonformista e ammutinante che mi pervade.

Grazie per avermi plasmato nella maniera più artisticamente deviata.

Grazie per aver fatto ardere milioni di fiamme.

Grazie per essere esistito.

Nereide.

La biblioteca-DIARIO 13

Sono seduta all’angolo di un tavolo da progettazione, in una delle tante sale del palazzo Costantini di Vicenza. Ho avanti a me un signore sulla 60ina che legge un libro impolverato di Hemingway, preso dallo scaffale alle mie spalle. Ai miei lati ci sono dei ragazzi immersi in uno studio disperato; all’angolo opposto della tavolata un ragazzo sulla trentina che disegna. Vedo, tra l’infinità di dispense, un libro di programmazione che armeggiavano i miei colleghi nelle aule studio, all’università.

Sento tanta nostalgia.

Io non devo studiare niente, non ho nessuna scadenza, nessun esame da dare, nessuna calcolatrice addosso; vengo e mi riposo. Apro il computer, il sito del blog, un nuovo articolo, e tiro giù bozze. Ho sempre quei 20 minuti in cui non concludo niente, e in preda allo sconforto osservo gli altri. Mi sento tanto fuori luogo. Vorrei tanto conversare con i presenti e dire ‘ ehy, sono una plurilaureata con una carriera brillante, ho tanto da progettare/scrivere/calcolare’, e invece no. Dico ‘ ehy, sono un operaia che viene qui dopo 9 ore di lavoro perché le manca casa ‘.

Associo ricordi familiari ad ogni luogo pieno zeppo di libri.

In questa città sconosciuta, non trovo senso di appartenenza in nessun posto, in nessun gesto; è tutto così diverso. E quindi mi rintano qui, nella mia bella alienazione, inebriata dall’odore della carta, illuminata da quella luce giallognola tanto simile alla biblioteca di lettere della mia vecchia università; sento un senso di legame a qualcosa e allora sto bene.

Butto giù quel perenne stato di allerta inconscia da tutto questo diverso, e mi rilasso. Predo un libro, scrivo…scrivo tantissimo e non pubblico niente. Scrivo solo per me, per parlarmi e ricordarmi che mi devo volere bene sempre, che mi fa bene questo silenzio, che mi piace sentire solo il rumore dei tasti e la musichetta lofi in sottofondo.

Un po’ mi manca studiare, anche se adesso credo sia l’atmosfera studentesca e l’imbarazzo nel non far niente. In realtà non ho mai avuto un buon rapporto con termini e scadenze; non ho un buon ricordo di scuole ed esami. Ma questo non ha deturpato il mio piacere nello studio. Vorrei non smettere mai in realtà, vorrei sapere tutto di tutto, l’importante è che mi catturi e che mi piaccia, che sia una forma di coccola, un massaggio al cervello.

Devo raccomandare anche questo, alla me di adesso: di non trascurarmi mai. Di venire anche ogni giorno, in questo posto intriso di parole. Di non sentirmi a disagio e di non paragonarmi agli altri, e di non immaginare il vanto per una carriera che mai avrò, ma per la quiete d’animo che sarò riuscita a raggiungere, coi miei piccoli traguardi interiori.

Mi auguro di realizzare di più e fantasticare di meno.

Mi auguro di vantarmi con me stessa.

Nereide.

Non me ne frega un cazzo

 

Per settimane il telefono mi ha lanciato frecciatine sotto forma di notifica: 102 persone non hanno tue notizie da un po’, blablabla e derivati simili.

Non sapeva fossi in balia dei miei deliri.

 

Sono riuscita a stravolgere la mia vita per la seconda volta nello stesso anno, in meno di un mese. Ho accettato una proposta per telefono fattami il giorno precedente, in un pomeriggio monotono di dicembre, e nell’arco di due settimane mi sono ritrovata a Roma, poi a Bassano e infine in quel di Vicenza, città a me tutt’ora sconosciuta.

Sono partita in preda ad un attacco di follia e incoscienza, con una valigia piccola che solo a salti e bestemmie sono riuscita a chiudere: tre pantaloni,un parka, una tuta, due felpe, due cardigan ed un accappatoio, pigiami, libri anfibi e un beauty case.

Computer, kindle e cervello carico di polvere.

Ero così satura di merda da rasentare il collasso, pensavo continuamente a quanto la mia vita stesse scorrendo senza che io ne prendessi il controllo, vedevo esperienze perse, opportunità non colte ed emozioni che non stavo vivendo. combattevo come di consuetudine col mio continuo senso di impotenza. Camminavo lungo la spiaggia e percepivo il niente.  Provavo a concentrarmi sul rumore delle onde, ma alla fine venivo distratta dal marciume su cui avevo camminato.

Il perenne senso di ingiustizia comprendeva anche ciò che mi circondava.

Mentre stendevo la lista ascoltavo massive attack e mangiavo grissini intinti nella nutella, focalizzandomi su tutto quello che dovevo portare. Tutto era essenziale, non dovevo dimenticare nulla, inconsciamente progettavo la valigia per un viaggio a lungo termine, forse senza ritorno. C’ho messo giorni per decidermi, ho composto il bagaglio nella totale alienazione.

Non riuscivo a capire se quello che stavo facendo fosse la cosa giusta, non lo capisco neanche adesso. Stavo lasciando famiglia, amici, affetti, patente e impegni verso un futuro fottutamente incerto e non percepivo nessun tipo di spinta emotiva.

Arrivata nella capitale ho sentito che qualcosa era cambiato. Mi svegliavo la mattina e mi organizzavo per scendere, mettevo il collirio sul cesso appena sveglia mentre il telefono vibrava incessantemente. Scendevo per strada con le cuffie indosso ed osservavo tutto con un occhio diverso: mi sentivo di passaggio. Sprofondava velocemente il mio legame a quelle strade diventando sempre più flebile in superficie. Camminavo per le vie con nostalgia, ascoltavo i miei amici con interesse e dentro di me cresceva un senso di vuoto per la consapevolezza di doverli abbandonare.

Ho visto Roma come un ricordo dolceamaro, un pezzo di vita a cui collego sensazioni ma non più emozioni istantanee.

Mi mancherà tutto maledettamente, ma ho perso il mio senso di appartenenza e il mio vuoto è diventato tangibile.  Mi pesa l’idea di non avere più la libertà di tornarci come un tempo.

Bassano è stata una piacevole sorpresa: convinta di finire nel classico paesino abbandonato a se stesso, mi sono imbattuta invece in un borgo felice, con tanta storia, tanti baccalà e tante persone timide e singolari.

Faceva un freddo di cristo, era di una pulizia che manco casa mia in 25 anni ed era intrisa di gente con quella parlata caratteristica che mi ronzava nelle orecchie e tanto mi stava sul cazzo.

Ero circondata da quel senso di inquietudine di chi sa che in quel posto non ci si incastra neanche per l’anticamera del cazzo e deve andare a vivere a meno di un ora da li.

Ho sbrattato litri di ansia tra un cenone e l’altro, consolandomi nei deliri di una mia grande amica e suo fratello, aggrappandomi a quegli ultimi sprazzi di casa. Mi mettevo le cuffie di notte sotto le coperte cercando di immaginare uno sviluppo futuro e non riuscivo a creare niente. Nella rassegnazione di una mente offuscata mi limitavo ad ascoltare la musica ed a fissare un pupazzo inquietante avanti a me. Era senza un occhio e con l’unico rimasto mi spiava con una certa malizia, io rispondevo con occhiate minacciose.

Il 31 pomeriggio eravamo indaffarate nella realizzazione di una torta acidissima , nella prima ora dell’1 gennaio parlavamo di buoni propositi sorseggiando prosecco a scrocco in un pub irlandese accanto ad un ponte, mentre un 36enne ubriaco corteggiava(?) tutte noi indistintamente. Io pensavo alle mie recidive e cercavo di metterci una pietra sopra.

Non ci sono ancora riuscita.

Rimpiango tante cose, ho guardato indietro e nel mio sconforto vedevo principalmente sbagli e rimpianti. Nell’ultimo mese ho iniziato a scorgere anche le tante piccole prese di coscienza che ho avuto, e la maturazione che ne è conseguita, che mi permette di nuotare nel baratro che mi sono creata senza sprofondarci.

 

Sono da sola, adesso concretamente. E ciò mi rende una persona allo sbaraglio, ma anche libera di scegliere per me stessa.

Lascio tante certezze amare per buttarmi nell’ignoto. Di nuovo, anche se adesso lo faccio contro il parere di tutti.

 

Non so dove sarò tra 10 anni, non so neanche che fine farò tra 6 mesi.

la verità? Non me ne frega un cazzo.

Io voglio solo vivere.

 

 

 

 

 

 

 

Nereide.

 

Cose che mai ti dirò

Ciao, sono quella persona che conosci da tanto tempo ma di cui in realtà non sai nulla. Stai parlando con me ed altre persone seduti intorno a un tavolo, mentre il fuoco brucia.

Sono sicura che nella tua testa figuro come quando mi hai conosciuta, anche se hai notato i solchi sotto gli occhi che prima non avevo, il mio sguardo molto più scavato , i miei capelli cortissimi che tanto mi induriscono, il mio accento ormai attenuato.

La mia voce molto più calda, meno squillante.

Sono passati più di 10 anni.

Ti vorrei dire che dentro non sono cambiata per nulla, ma mentirei.

Il mio volto si è indurito, ma il mio temperamento si è attenuato.

Mi guardi con confusione non sapendo se trattarmi con la confidenza di una vecchia amicizia o con cortesia.

Colgo un retrogusto di timidezza di chi non sa come approcciarsi, e questo mi fa tenerezza.

L’imbarazzo c è anche da parte mia.

D’altronde sei cambiato anche tu. Non riesco a cacciare dalla mia mente il tuo volto infantile, ormai perso.

Cerchi di divertire tutti, ma nel profondo rimani assopito nei tuoi pensieri. Ti affacci solamente da quel turbine di impegni che costantemente ti soffoca.

Vedo una persona che si sta logorando inconsapevolmente, e la compatisco.

L ansia è anche mio nemico, combattiamo la stessa guerra senza saperlo.

Seduta alla tavolata ci sono una serie di persone che ti conoscono più di me. Osservo i tuoi capelli e i tuoi occhi neri, ascolto la tua voce baritona, il mio occhio esteta coglie tutti i dettagli, continuando a pensare che non mi sarei mai aspettata diventassi così.

Mi incuriosisci, vedo in te una personalità così forte e così fragile , un cervello così caotico, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, liberando genialità o pura follia.

Chissà.

Non lo so cosa diventerai, ed è questo che mi affascina.

Vorrei prenderti dalle spalle e dirti che sarai un guerriero, e che ne sono convinta, anche se non ho certezze concrete di questa mia sentenza.

…ma me lo sento.

Io con le persone mi ci connetto, le sento nell anima e nel cervello, su questo non mi batte nessuno.

Non ti renderai mai conto di quanto ti elabori mentre conversi con me.

In ogni mio sguardo catturo sempre qualcosa in più. Ma non te lo dirò mai, perché vivo il tuo stesso imbarazzo, non vorrei essere scambiata per folle.

…e neanche ti abbraccio, perché mi pare brutto.

Maledetta la mia compostezza.

Non eclissarti, dai il giusto peso alle cose. Combatti per la tua spensieratezza,non fare come me.

Mi auguro che tu capisca nei miei sguardi quanto ho appena scritto. Io mi limito ad ascoltarti e sorridere, seduta alla fine di questo lungo tavolo.

Nereide.

Guardo avanti a me

Rifletto.

Imitando per anni il saltare all’indietro dei gamberi, ho visto l’orizzonte farsi sempre più distante.

Ho visto le stelle sempre più lontane, fino a non scorgerle più.

Ho visto la luce farsi fioca.

Ho sentito le tenebre avvolgermi

come tenaglie che ti bloccano caviglie e polsi

come fumo denso che ti ingoia e ti entra dentro

come un macigno sul petto che ti impedisce di respirare.

E nella perenne debolezza che precede lo svenimento, non distinguevo lo scorrere del tempo

l’alba dal tramonto

le mie lacrime dal mio sudore

il dolore dal piacere

Girando le spalle allo spiraglio, ho creduto che l’unica strada fosse quella avanti a me

fin quando non ho aperto gli occhi, e non ho visto niente.

.

Prendendo coscienza

Avendo paura.

Guardando indietro, mi sono voltata ,e piegando il corpo in avanti ho iniziato a combattere contro le catene che ho lasciato mi agganciassero.

Facendo leva con tutte le mie forze. Fissando quel puntino luminoso in lontananza

E,Spezzandole , stremata, Iniziai a correre.

verso le disgrazie che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare

verso le delusioni

verso le scelte sbagliate

verso i sacrifici

verso la felicità e la disperazione.

Ho continuato a correre, scegliendo continuamente nella mia testa l’incubo della vita all’inesistenza.

Ho iniziato a intravedere le stelle, la luna, il cosmo in tempesta.

E ,senza fiato,

Arrivata al ciglio di un burrone, sporgendomi,

Guardando in basso, ho visto il mondo fluttuare a chilometri dai miei piedi.

Ho tentennato, osservando il mio vecchio incubo.

ho indietreggiato.

ho respirato

ho preso la rincorsa

e mi sono lanciata nel vuoto

verso il dinamismo della vita.

Nereide

La teoria del grigio

 

 

Ho passato tre quarti della mia vita ad essere diffidente.

Non mi fidavo di nessuna e di nessuno.

Amici, colleghi, parenti, tutti nemici.

E avoja a provare a farmi ragionare, a farmi notare che in fondo le mie erano solo paranoie: ”Nere perché fai muro con gli altri blablabla, noi ti vogliamo bene blablabla, non c’è nulla di male ad aprirsi blablabla..”.

Io neanche ascoltavo. Guardavo la persona avanti a me nella sua complessità e la catalogavo in ‘stronza/o, zoccola, pettegola e così via.

Erano tutti complottisti pronti ad assalirmi non appena avessi fatto un passo falso. Giudici di sto cazzo da cui dovevo stare alla larga.

Ero io contro il mondo ed il mondo contro di me.

..Poi un bel giorno, a furia di calci in culo, mi sono resa conto che le mie erano solo paranoie, e che una fetta del mondo che temevo era composto da complessati come me. Mi facevo forte dietro ad uno scudo che avevo costruito con pensieri gracili come la plastilina, ergo presa coscienza ho buttato tutto e ho iniziato a trotterellare a mani libere.

Ho iniziato ad aprirmi con le persone, ho scoperto tante anime pie che nutrivano tutto tranne che cattiveria e ho iniziato a comprendere l’elasticità dell’animo umano.

Solo che, da come non facevo niente, ho iniziato a fare troppo.

Sono passata da un estremo all’altro.

Mi sono fidata alla cieca: Racconta a questo, parla con quello, ascolta lei, aiuta lui, dai una possibilità a tutti, fai sfogare quello, blablabla

Ma sì Nene,Caricati tutto sulle spalle. Fai da mulo per cento persone.

 

 

 

….e fu così che mi venne l’ernia.

 

 

 

Non capivo l’errore. Dove cazzo sto sbagliando? perché a prescindere dalle mie azioni finisco per farmi carico di un macigno? ma soprattutto, chi cazzo me l’ha fatta fare?

Forse le mie paranoie passate non erano del tutto sbagliate, forse le mie convinzioni del presente non erano del tutto corrette.

Forse la scala di grigi esiste anche per un motivo più profondo.

Perché esiste il grigio? 

In teoria il grigio è quella sfumatura modulabile e transitoria che permette di passare dal nero al bianco e viceversa. La sua intensità dipende dal tono da cui parti e dal tono che vuoi raggiungere.

Nel mio cervello questo concetto ha iniziato a ramificarsi verso ragionamenti che poco hanno a che vedere con la pittura.

Il grigio dovrebbe essere il colore di partenza, se lo si associa al modus vivendi di qualsiasi individuo. Ogniqualvolta mi ritrovo ad affrontare una situazione nuova, devo analizzarla da un punto di vista neutrale, e in base all’evoluzione di questa, muovermi in una direzione precisa. Ergo, il mio atteggiamento in base alla situazione dipende dalla strada che essa prende, e da come io la voglio affrontare.

Questo ragionamento vale anche per le persone: Analizzandole, vedendo come si rapportano con me, Posso decidere se essere più duro o più morbido, capire se potermi aprire o se invece ergere un muro, se coltivare il rapporto o stroncarlo sul nascere.

Partendo dal grigio, posso decidere se tendere al nero o tendere al bianco.

Dipende da me e dipende dall’altro.

E’ un concetto semplice e complicato allo stesso tempo.

 

Il mio errore è stato di passare dal nero al bianco senza percorrere il grigio, e per rendermene conto ho dovuto sbattere la testa contro il muro della presunzione. Per la seconda volta.

Chissà perché si prende coscienza sempre PRIMA dai propri errori, e POI dai propri ragionamenti.

Forse perché il dolore apre la mente.

 

 

Sarà, intanto io mi medico il bernoccolo.

 

 

 

 

 

Nereide.

 

 

Chi nasce tondo può morire quadrato

Hanno emanato l’allerta meteo, siamo tutti chiusi in casa.

Il cielo alterna scariche d’acqua da tempesta a momenti di quiete apparente, mi godo l’aria frizzante delle piogge autunnali dal mio letto spoglio e non accingo a muovermi. Dalla finestra aperta entrano gocce di pioggia e il pavimento si allaga man mano.

Io non faccio niente.

Lascio fare e osservo passiva.

Quiete. Ho la tachicardia anche se sono rilassata, ho un accenno di mal di testa. Volevo calmare il mio animo leggendo qualche libro, ne ho una pila su un puffo verde accanto a me.

Ho preso il piccolo principe, ho letto la prima pagina e adesso me lo ritrovo chiuso, poggiato sullo stomaco.

Sono persa in altro.

Penso ad un qui pro quo avuto con mia mamma stamattina. Mi ha detto che è preoccupata per me, che mi vede in una situazione di stallo e che è in ansia per la mia indecisione.

Io sono reduce da 25 ore di lavoro in due giorni, un virus intestinale e tante preoccupazioni che mi ronzano in testa, il mio futuro in primis.

È inutile dire che non l ho presa benissimo. L ho interpretata come un ‘Irene non stai facendo un cazzo’ e ho iniziato uno scontro che è durato ben più del previsto, in cui calcavo sul mio impegno nella mia crescita anche se sto vivendo un periodo di incertezze, spezzate solo dal mio desiderio di andar via.

Questa è la mia unica certezza.

Rifletto su ogni singola frase scambiata da entrambe. Certe mi irritano, altre mi fanno riflettere, altre ancora mi inquietano.

Penso a quello che ho detto io , al modo in cui l ho fatto , al tono che ho mantenuto nel mio impeto di fastidio.

Penso più alle mie parole che alle sue.

Non credevo di essere capace di un discorso del genere, 1 anno fa non avrei intrattenuto una discussione in quel modo, non sarei stata capace di affrontarla.

Non sarei stata così sincera, avrei avuto troppo timore.

Sono cambiata così tanto.

Guardo in giro per la mia stanza: osservo il mio comò con adesivi e scritte sopra, il mio letto incassonato in un armadio colmo di poster e di foto, la mia bigiotteria appesa ad una gruccia, tutti i miei libri dell adolescenza.

…Non mi piace più niente.

Non mi ci rivedo. Non mi sento nel mio posto. Non credo di avercelo più, un angolino caldo e personale.

Da piccola odiavo il mio cognome e ambivo ad un esistenza solitaria ma illustre, ero disinteressata riguardo tutte le cose che mi circondavano.

Badavo solo all’idea che stavo inculcando agli altri di me.

Adesso sono l’opposto. Di tutto quello elencato sopra, in me governa l’esatto contrario. Un esistenza umile e interessante, socialmente ed eticamente. Della celebrità non me ne frega un cazzo.

Eppure son rimasta sempre la stessa, caratterialmente fatta male. È solo che sto cambiando valori.

Forse li sto solo mutando, forse maturando, non so.

So solo che non sono uguale al mio passato prossimo, tantomento al mio passato remoto.

Sono un quadrato che sta limando i propri angoli.

Mi sto smussando grazie alla riflessione.

Chi nasce tondo non può morire quadrato e viceversa? sbagliato, se si ha la capacità di pensiero.

Il ragionamento ci rende figure elastiche.

 

 

 

 

 

 

 

Nereide.